mercoledì 29 agosto 2012

138 - Scrivere completando con lettere

PER CHI SEGUE QUESTO BLOG CON MOTIVAZIONI DA INSEGNANTE:
Le ultime lezioni (quelle dedicate alla lettura) sono sostanzialmente adatte a un alunno straniero molto motivato e già con buone capacità di comprensione e uso della lingua italiana. C’è il rischio che un alunno meno capace di fronte a queste lezioni si senta intimorito e sfiduciato; però io penso anche che ogni tanto bisogna spingere gli alunni stranieri ad accettare una sfida, per quanto difficile e che li costringa a mettersi in gioco totalmente. Penso, ancor più, che sia meglio una sfida, una “missione impossibile”, piuttosto che il NIENTE a cui spesso un insegnante abbandona questi allievi.
Questa piccola riflessione per dire che da questa lezione faccio un passo indietro, portando il discorso sulla scrittura in lingua italiana e incominciando da lezioni estremamente semplici, via via passando ad esercizi di maggiore difficoltà.

ESERCIZIO 1:
Completare una frase con delle singole lettere (rivedi le lezioni 1 e 2); se non ce la fai da solo, scegli tra le lettere seguenti: a – b – c – c – g – l – p – p – p – r – r – s – s – t – u
 

La balena è un cetaceo.
 

I  __agazzi giocano a calcio.

L’automobile è  __ossa.

Il  __ole sorge a est.
 

La ragazza corre in  __icicletta.
 

Noi siamo a  __cuola.
 

Il  __rofessore scrive alla  __avagna.

__uristi in una  __rande  __ittà (Praga)

Un  __omo cammina sotto la  __ioggia.
 

La  __alla è  __aduta in  __cqua.


ESERCIZIO 2:
Completare una frase con delle sillabe (rivedi la lezione 18); se non ce la fai da solo, scegli tra le sillabe seguenti: ban – bi – cie – com – fer – la – nu – ra – se – si – stel – ta – te – te – tre – ve
 

La casa è a tre piani.
 

Il  __go è azzurro.
 

Questa è una gondola  __neziana.
 

Il cielo è pieno di  __vole.

Il pon__  è in  ____ro.
 

Un  __gnore al  __lefono.
 

La  ___diera  i__liana.
 

Il  ____no corre sui  __nari.

I  __gazzi  fanno  il  ___pito  in  clas__.

Il ____lo è pieno di  ____le.


lunedì 27 agosto 2012

137 - Caccia a Tarascona (leggere un testo letterario)

CACCIA A TARASCONA (adattato da Alphonse Daudet, Tartarino di Tarascona, Giunti)

Nella città di Tarascona, nel sud della Francia, dal più grande al più piccino, ogni uomo è un cacciatore. La caccia è la passione dominante nei tarasconesi, e ciò dai tempi più antichi. Tutte le domeniche Tarascona si arma, fucile in spalla e sacco sulla schiena, con strepito grandissimo di cani, corni e trombette, ed esce dalle sua mura. Uno spettacolo magnifico a vedersi. Disgraziatamente però gli animali da cacciare non ci sono; non che ce ne siano pochi, proprio non esistono. Voi mi capirete al volo; per quanto bestie possano essere le bestie, a lungo andare finiscono per insospettirsi e non fidarsi più, per questo per almeno venti chilometri intorno a Tarascona non è più possibile trovare non solo una quaglia o una beccaccia o il più piccolo leprotto, ma nemmeno un beccafico.
Eppure queste colline di Tarascona che scendono dolci verso il Rodano verde, dovrebbero essere ricche di seduzioni e d’incanti per le care bestioline piumate, col loro profumo di menta, di spigo e di rosmarino, e i bei grappoli d’uva, colmi di zucchero, diabolicamente appetitosi.
E ciò non basta ancora. Sembra che gli uccelli di passaggio abbiano segnato il paese con delle croci nere nei loro orari; infatti, quando vi giungono in grandi stormi, discendendo nell’autunno verso i paesi caldi, o risalendo verso i più freschi durante la primavera, il capitano in testa, quando sente le campane della città, incomincia a gridare: «Tarascona! Tarascona!». E tutta la banda si sposta rapidamente.
Nel paese non resta che una vecchia lepre, molto furba e famosa in tutta la regione, ma nessuno è mai riuscito a prenderla; tanto che oggi questa lepre è quasi una leggenda paesana e una superstizione, anche se i forti tarasconesi non sono superstiziosi per niente.
A questo punto voi mi direte: «E se la selvaggina è così rara in quei paraggi, che diavolo vanno essi cacciando tutte le domeniche, i vostri tarasconesi?».
È quello che dicevo anch’io.
Essi del resto se ne vanno all’aria aperta, in aperta campagna, a due o tre miglia dalla città, riunendosi in gruppi di cinque o sei; si sdraiano tranquillamente all’ombra delle belle pianticelle, vicino a una fontana; tirano fuori dai loro sacchi del pane, del salame, prosciutto, uova sode, carni fredde, e incominciano delle colazioni interminabili, annaffiate dai vini generosi del Rodano che fanno ridere e cantare.
Quando hanno bene mangiato e meglio bevuto, fischiando ai cani, caricano i fucili e incominciano la loro caccia, che si svolge così: ognuno prende il proprio berretto e con quanta forza ha lo getta in aria e gli spara contro. Quello che riesce a colpire più volte il proprio berretto in volo è il vincitore della gara; viene proclamato re della caccia e ritorna la sera in trionfo a Tarascona col berretto bucato, messo sulla canna del fucile, in mezzo al baccano dei viva, dei bravo e dei battimani, l’abbaiare dei cani e lo strepito delle fanfare. È inutile, credo che io vi aggiunga che si fa in quella città un enorme commercio di berretti, e c’è persino qualche cappellaio che ne vende di quelli già bucati e strappati a coloro che sono poco esperti di caccia; ma è giusto aggiungere che solamente Bézuquet, il farmacista, ne compra abitualmente, cosa che lo disonora a fondo.

ESERCIZIO 1:
1- In quale città è ambientata la storia? Dove si trova questa città?
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2- Quale fiume scorre vicino a questa città?
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3- Qual è la passione principale degli abitanti di questa città?
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4- In quale giorno della settimana si dedicano a questa passione?
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5- Attorno alla città c’è molta selvaggina? Perché?
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6- Quando gli uccelli di passaggio si spostano rapidamente dal loro percorso?
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7- Chi è diventato una leggenda o una superstizione della città?
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8- Che cosa mangiano i tarasconesi quando vanno a caccia?
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9- Che cosa bevono?
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10- Chi viene proclamato re della caccia?
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11- Qual è il disonore del farmacista Bézuquet?
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SCHEDA GRAMMATICALE
I NOMI ALTERATI
I nomi alterati sono dei nomi che, mediante l’aggiunta di particolari lettere (il termine corretto è SUFFISSI), esprimono un significato particolare al nome originale. Questi significati particolari si usano per indicare:
- piccolezza
- affetto
- grandezza
- disprezzo
Esempio:
parola normale = libro
libro piccolo = libretto
libro che piace e a cui si è affezionati = libricino
libro grande = librone
libro brutto = libraccio
I suffissi usati nella lingua italiana per i nomi alterati sono questi:
Idea di piccolezza
-ino
-etto
-ello
-icello
-icciolo
Gatto = gattino
Bacio = bacetto
Bambino = bambinello
Ponte = ponticello
Porto = porticciolo
Idea di affetto
-uccio
-acchiotto
-olo
-otto
Cavallo = cavalluccio
Lupo = lupacchiotto
Figlio = figliolo
Passero = passerotto
Idea di grandezza
-one
-accione
Stanza = stanzone
Uomo = omaccione
Idea di disprezzo
-accio
-astro
-ucolo
-onzolo
-uncolo
-iciattolo
Ragazzo = ragazzaccio
Giovine = giovinastro
Poeta = poetucolo
Medico = mediconzolo
Ladro = ladruncolo
Fiume = fiumiciattolo

I suffissi scritti in rosso sono, in realtà, poco usati.

ESERCIZIO 2:
Nel racconto ci sono 4 nomi alterati: trovali e riscrivili:
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domenica 26 agosto 2012

136 - I figli dei signori Tulliver (leggere un testo letterario)

I FIGLI DEI SIGNORI TULLIVER (adattato da George Elio, Il mulino sulla Floss, Biblioteca di Repubblica)

«Quello che voglio», disse il signor Tulliver, «è dare a Tom una buona educazione: un’educazione che sarà per lui come il pane. Due anni di accademia sarebbero più che sufficienti, se volessi fare di lui un mugnaio o un fattore, perché ha fatto un bel po’ di più di scuola di quanta ne ho mai fatta io: le uniche spese che mio padre ha fatto per la mia educazione sono state un bastone da una parte e l’abbecedario dall’altra. Ma a me piacerebbe che Tom diventasse un po’ istruito, per essere all’altezza dei trucchi di questa gente che parla bene e scrive meglio. Non voglio che il ragazzo diventi un vero e proprio avvocato, anzi, mi dispiacerebbe per lui se diventasse un furfante; ma magari una specie di ingegnere, o un ispettore o un perito o uno di quei mestieri furbi che sono tutto guadagno e niente spese, a parte una grossa catena per l’orologio».
Il signor Tulliver stava parlando alla moglie, un’aggraziata donna bionda con una cuffia a ventaglio.
«Signor Tulliver, voi ci capite meglio e io non ho certo da fare obiezioni».
«Quello che mi chiedo, è come trovare la scuola giusta dove mandare Tom, perché potrei farmi fregare un’altra volta, come è già successo con l’accademia. Non voglio avere più nulla a che fare, con l’accademia: qualunque sia la scuola dove manderò Tom, di certo non sarà un’accademia. Sarà un posto dove i ragazzi non passano il tempo in attività come dare il nero alle scarpe dei maestri o raccogliere patate».
Il signor Tulliver rimase in silenzio per qualche minuto, infilando le mani nelle tasche dei calzoni, come se sperasse di trovarvi qualche suggerimento. Non dovette restarne deluso, perché subito dopo disse:
«Ecco cosa farò: ne parlerò con Riley, che arriva domani per valutare la questione della diga. Credo sia la cosa più giusta da fare: Riley va benissimo per consigliare una scuola. Lui pure è andato a scuola e adesso viaggia in lungo e in largo».
«Bene», disse la signora Tulliver, «se si tratta di parlare giusto e sapere ogni cosa, non ho nulla in contrario a tirare su il ragazzo così. Ma gran parte degli uomini dalla parlata fina che vengono dalla città, sono sporchi e usano vestiti lerci. Anche Riley è così. E poi, se Tom deve andare a vivere a Mudport, come Riley, avrà una casa con una cucina piccolissima e non avrà mai un uovo fresco a colazione e, per andare a dormire, dovrà fare tre o quattro rampe di scale, e se succede un incendio, morirà bruciato vivo prima di riuscire a scendere».
«No, no», disse il signor Tulliver, «non voglio mica che si trasferisca a Mudport! Invece», continuò Tulliver dopo una pausa, «quel che mi preoccupa è che Tom non abbia abbastanza cervello per diventare un tipo in gamba. Temo che sia un poco lento. Ha preso dalla tua famiglia, Bessy».
«Sì, proprio così», disse la signora Tulliver. «È incredibile quanto sale gli piace mettere nel brodo. E così faceva mio fratello e, prima di lui, mio padre».
«Però è un vero peccato», disse il signor Tulliver, «che sia stato il ragazzo a prendere dalla parte della madre, e non la piccola. Questo è il brutto degli incroci di razze: non si può mai calcolare bene che cosa ne verrà fuori. La piccola ha preso dalla mia parte, per adesso; è il doppio più sveglia di Tom. Fin troppo sveglia per una donna, temo», proseguì Tulliver, scuotendo incerto la testa prima da un lato e poi dall’altro. «Finché è piccola non sarà un gran guaio, ma una donna troppo sveglia non è meglio di una pecora con la coda lunga… mica serve a far salire il prezzo».
«Sì che è un guaio anche adesso che è piccola, signor Tulliver, perché la porta a essere monella. Come farla rimanere col grembiule pulito per due ore di seguito, è una cosa impossibile. E ora che mi fate venire in mente», proseguì la signora Tulliver, alzandosi e avvicinandosi alla finestra, «non so dove sia finita e ormai manca poco all’ora del tè. Ah, lo immaginavo… cammina avanti e indietro come una selvaggia vicino all’acqua: un giorno o l’altro ci cadrà dentro».
La signora Tulliver picchiò con decisione alla finestra, fece dei cenni e scosse la testa.
«Parlate di vivacità di mente, signor Tulliver», osservò lei sedendosi, «ma sono certa che la bambina è una mezza idiota in certe cose, perché se la mando di sopra a prendere qualcosa, si dimentica il motivo per cui l’ho mandata, e magari si mette a sedere sul pavimento sotto i raggi del sole, e rimane lì a intrecciarsi i capelli e a cantare come una demente, e nel frattempo io sono giù che l’aspetto. Questo, grazie a Dio, non si è mai visto nella mia famiglia e nemmeno quella carnagione scura che la rende tanto simile a un mulattiere».
«Bah, sciocchezze!», disse il signor Tulliver. «È una schietta ragazzina dagli occhi neri e nessuno potrebbe volere di meglio. Non saprei proprio dire in cosa è indietro rispetto ai figli degli altri; e sa leggere bene quasi come il Pastore».

ESERCIZIO 1:
1- Chi sono i due personaggi che parlano nel racconto? Che relazione di parentela c’è tra di loro?
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2- Di quali 3 altri personaggi parlano?
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3- Chi è la piccola, secondo te?
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4- Nel racconto vengono nominati anche altri tipi di personaggi, anche se in maniera semplice; indica quali, completando l’elenco già incominciato:
un mugnaio – un fattore - ___________________________________________________________
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5- Il padre del signor Tulliver ha educato il figlio con il bastone: cosa vuol dire?
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6- Come vengono considerati gli avvocati dal signor Tulliver?
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7- Di che colore ha i capelli la signora Tulliver? Qual è il suo nome proprio?
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8- Perché il signor Tulliver parla male delle accademie?
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9- Il signor Riley è andato a scuola: che cosa gli permette l’essere andato a scuola?
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10- Come sono gli uomini di città secondo la signora Tulliver?
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11- Se Tom andasse a vivere a Mudport, dice la signora Tulliver, potrebbe morire bruciato vivo; perché?
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12- Com’è Tom secondo il signor Tulliver?
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13- Com’è la piccola secondo il signor Tulliver?
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14- È un bene o un male che sia così?
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15- Com’è la piccola secondo la signora Tulliver?
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16- Cosa sta facendo la piccola mentre i signori Tulliver parlano?
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SCHEDA GRAMMATICALE:
IL MODO CONGIUNTIVO
Nel racconto ci sono alcune forme verbali (volessi, diventi, diventasse, sperasse, sia, si trasferisca, abbia, sia stato) che non hai studiato, perché sono un po’ difficili e neanche gli italiani le sanno usare bene. Si tratta di forme del modo CONGIUNTIVO, un modo del verbo che si usa per indicare qualcosa di possibile, o di incerto, o di desiderato. Non è necessario che un alunno straniero conosca il congiuntivo, visto che ormai viene sostituito dall’indicativo anche dagli italiani. Però almeno il CONGIUNTIVO PRESENTE dei verbi ESSERE e AVERE potrebbe anche conoscerli.
Eccoli qua:
congiuntivo presente  di ESSERE
Congiuntivo presente di AVERE
(che) io sia
(che) tu sia
(che) lui sia
(che noi siamo
(che) voi siate
(che) essi siano
(che) io abbia
(che) tu abbia
(che) lui abbia
(che noi abbiamo
(che) voi abbiate
(che) essi abbiano


Si usa dire queste forme con il (che) davanti, perché il modo congiuntivo si usa soprattutto dopo un altro verbo che vuole la forma con il CHE; per esempio:
- io penso che la guerra sia una brutta cosa
- il professore ritiene che tu non abbia studiato abbastanza
- noi speriamo che voi siate d’accordo
- i politici credono che gli italiano abbiano poco cervello

ESERCIZIO 2:
Studia il congiuntivo presente di “essere” e di “avere”.

135 - Sandford and Merton (leggere un testo letterario)

SANDFORD AND MERTON [adattato da Jerome K. Jerome, Tre uomini in barca (per non parlare del cane), Giunti]

Alla nostra scuola c’era un ragazzo che chiamavamo Sandford and Merton (1). Il suo vero nome era Stivvings. Era il tipo più straordinario che io abbia mai incontrato. Credo che studiare gli piacesse davvero. Prendeva sgridate terribili perché rimaneva sveglio a leggere i classici greci; quanto ai verbi irregolari francesi, non c’era assolutamente nulla che potesse impedirgli di studiarli. Aveva un sacco di principi strani e innaturali sul dare soddisfazione ai genitori e fare onore alla scuola; voleva vincere dei premi e diventare un uomo intelligente e aveva un mucchio di stupide idee come queste. Non ho mai conosciuto una creatura così strana, anche se era innocuo, innocuo come un bambino appena nato.
Bene, quel ragazzo si ammalava circa due volte a settimana, cosicché non poteva andare a scuola. Nessun ragazzo si ammalò mai quanto Sandford and Merton. Se nel raggio di dieci miglia si verificava il caso di una qualsiasi malattia, lui la prendeva, e nella forma più violenta. Si prendeva la bronchite nei giorni di gran caldo e la febbre del fieno a Natale. Dopo sei settimane di siccità, veniva abbattuto da febbri reumatiche; usciva nella nebbia di novembre e tornava a casa con l’insolazione.
Un anno lo addormentarono con i gas esilaranti, povero ragazzo, e gli estrassero tutti i denti e gli misero la dentiera perché soffriva di un atroce mal di denti, che poi si trasformò in nevralgia e in otite. Il raffreddore non lo abbandonava mai, tranne una volta per nove settimane durante le quali ebbe la scarlattina; i geloni poi li aveva sempre. Durante il grande allarme da colera del 1871, la nostra zona rimase stranamente immune. In tutto il paese fu registrato un solo caso, quello del giovane Stivvings.
Quando era ammalato doveva starsene a letto a mangiare pollo, budino e uva di serra; stava sdraiato e piangeva perché non gli lasciavano fare gli esercizi di latino e gli nascondevano la grammatica tedesca. E noi ragazzi, che avremmo fatto a meno di dieci anni di vita scolastica pur di ammalarci almeno per un giorno, non riuscivamo nemmeno a beccarci un torcicollo. Ci mettevamo in mezzo alle correnti d’aria, ma ci facevano bene e ci rinvigorivano; mangiavamo roba che ci facesse male, ma ingrassavamo e ci aumentava l’appetito. Non riuscivamo ad ammalarci con nessun espediente, fino all’inizio delle vacanze.
Allora, l’ultimo giorno di scuola, prendevamo raffreddori, tosse convulsa e ogni tipo di disturbi che duravano fino a quando ricominciava l’anno scolastico; allora, a dispetto di tutte le nostre manovre, guarivamo all’improvviso, stavamo meglio che mai.
Così è la vita; e noi non siamo altro che erba tagliata e messa a seccare nel forno.

(1) La storia di Sandford and Merton è il titolo di un romanzo per ragazzi, scritto da Thomas Day nel XVIII secolo

ESERCIZIO 1:
1- In quale epoca è ambientata la storia?
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2- Come si chiama il ragazzo di cui si parla? Come viene soprannominato?
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3- Perché secondo il narratore (il personaggio che racconta la storia) era un tipo straordinario?
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4- Che cosa studia questo ragazzo? Metti una crocetta al posto giusto:
     Š i classici greci
     Š la geografia della Germania
     Š i verbi irregolari francesi
     Š il latino
     Š le malattie del corpo umano
     Š la grammatica tedesca
5- Che cosa voleva diventare da grande?
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6- Quale strana cosa gli capitava regolarmente?
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7- Perché un giorno gli misero la dentiera?
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8- Gli altri ragazzi avevano le stesse caratteristiche di questo ragazzo?
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9- Quando gli altri ragazzi si ammalavano?
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10- Ti sembra che il racconto:
     Š narri una storia vera e credibile
     Š narri una storia esagerata, per far ridere
     Š narri una storia totalmente di fantasia, che non può essere vera
11- L’ultima frase del racconto è:
     Š vera
     Š falsa
     Š assurda

ESERCIZIO 2:
Nel racconto ci sono alcune parole derivate: trovale e scrivile nella casella giusta accanto alla parola da cui derivano, come nell’esempio:
grido
sgridate
sette

freddo

regola

secco

vigore

sole

natura

gelo

dente

grasso

strano



134 - L'arrivo a New York (leggere un testo letterario)

L’ARRIVO A NEW YORK (adattato da Franz Kafka, America, Mondadori)

Quando Karl Rossmann, un sedicenne che i suoi poveri genitori avevano dovuto mandare in America, entrò nel porto di New York, dalla nave che aveva rallentato la sua corsa vide la statua della Libertà come se fosse immersa in una luce improvvisamente ravvivata. Il braccio che portava la fiaccola pareva si fosse rialzato in quel momento e attorno alla statua il vento soffiava in libertà.
«Com’è alta!» disse fra sé; e poiché rimaneva là a guardare la statua, un poco alla volta fu spinto fino al parapetto dalla folla dei facchini che gli passavano davanti sempre più numerosi.
Un giovane col quale durante il viaggio aveva fatto una conoscenza superficiale, gli disse passando: «Dunque non hai ancora voglia di sbarcare?». «Ma sono già pronto» gli rispose Karl ridendo, e con un po’ di prepotenza, perché era un ragazzo robusto, si mise la valigia in spalla. Ma mentre guardava il suo conoscente che si allontanava in mezzo alle altre persone giocherellando col bastone, si accorse con spavento di essersi dimenticato l’ombrello giù nella nave. In fretta chiese al conoscente di fargli il piacere di aspettare un momento accanto alla sua valigia e corse via. Arrivato in basso, ebbe la brutta sorpresa di trovare per la prima volta chiuso un corridoio che avrebbe molto abbreviato la sua strada, e perciò dovette cercare faticosamente la strada su e giù per le scale che si susseguivano senza interruzione, lungo corridoi pieni di curve, attraverso una cabina vuota nella quale c’era solo una scrivania abbandonata, finché si trovò veramente e completamente perduto. Non sapendo cosa fare, e poiché non trovava nessuno e sentiva continuamente sopra la testa lo scalpitio di migliaia di uomini e da lontano gli arrivavano, come un ansito, gli ultimi rumori delle macchine già ferme, senza pensare cominciò a battere col pugno contro una porticina vicino alla quale si era fermato.
«È aperto» sentì rispondere ed aprì la porta con un sincero respiro di sollievo. «Perché bussa in questa maniera?» domandò un uomo gigantesco gettando a malapena uno sguardo verso Karl. Da qualche finestrella che doveva esserci nel soffitto, pioveva nella misera cabina una debole luce che pareva essersi consumata attraversando la nave; un letto, un armadio, una sedia e quell’uomo stavano stretti l’uno accanto all’altro. «Mi sono perduto» disse Karl, «durante il viaggio non me n’ero accorto, ma questa nave è terribilmente grande.» «Sì, ha ragione» rispose l’uomo con una certa superbia e intanto continuava a darsi da fare con la serratura di una piccola valigia che cercava di chiudere con tutte e due le mani, ascoltando per sentire scattare la molla. «Su, entri!» continuò l’uomo. «Perché vuole restare di fuori?» «Non la disturbo?» chiese Karl. «Ah, perché mi dovrebbe disturbare?» «Lei è tedesco?» volle assicurarsi Karl che aveva molto sentito parlare dei rischi che corrono in America i nuovi arrivati, specialmente con gli irlandesi. «Sono tedesco, sono tedesco» rispose l’uomo. Karl esitava ancora. Allora l’uomo afferrò la maniglia e tirando la porta, che poi richiuse in fretta, tirò dentro anche Karl. «Non sopporto di essere guardato dal corridoio».

ESERCIZIO 1:
1- Nel brano ci sono 3 personaggi principali: chi sono?
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2- Nel brano si parla anche di altri gruppi di persone: chi sono?
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3- In quale città è ambientata la storia? In quale parte della città? In quale luogo particolare agiscono i personaggi?
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4- Che cosa ha dimenticato Karl?
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5- Che cosa gli succede, mentre va giù nella nave?
      Š di cadere   Š di perdersi   Š di sbagliare strada
6- Che cosa c’è nella cabina dove entra?
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7- Che cosa sta facendo l’uomo gigantesco?
      Š sta rubando una valigia   Š sta aprendo una valigia   Š sta chiudendo una valigia
8- Perché Karl chiede all’uomo se è tedesco?
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9- Secondo te, di che nazionalità è Karl?
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10- Perché l’uomo non vuole stare con la porta della cabina aperta?
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ESERCIZIO 2:
Anche in questo brano ci sono molte parole derivate: collega le parole derivate scritte nella colonna di sinistra, con le parole da cui derivano scritte a destra:
rallentato
barca
ravvivata
ombra
numerosi
fatica
superficiale
lento
sbarcare
breve
giocherellando
finestra
ombrello
porta
corridoio
viva
abbreviato
gigante
faticosamente
chiuso
veramente
sicuro
porticina
gioco
gigantesco
vero
finestrella
superficie
assicurarsi
numero
richiuse
correre